
di
Arianna Malenza
Mentre tutti gridano indignati all’abbandono di una madre o di un uomo definiti «snaturati», nessuno si indigna per la chiusura, avvenuta ormai da anni, di un presidio fondamentale come il servizio Madre Segreta.
In questo vuoto istituzionale e di accompagnamento, si apre poi un altro paradosso giuridico e umano: la possibilità per la madre o per i genitori biologici di cambiare idea e reclamare il proprio figlio, come ha tragicamente testimoniato la nota vicenda del neonato di Ragusa. Senza un percorso di supporto psicologico strutturato e continuo, si arriva a contenziosi che rischiano di trascinarsi per anni: anni in cui quel bambino cresce, riconosce e costruisce legami indissolubili con quella che per lui è a tutti gli effetti la sua famiglia, per poi rischiare di esserne strappato via in nome di una rivendicazione tardiva.
Ci chiediamo:
È davvero questa la tutela del minore? È davvero questa la tutela della madre? O non si sta, invece, abbandonando chiunque a una pericolosa e cieca semplificazione biologica, dove il vincolo del sangue conta più del benessere psichico e relazionale del bambino?
Il ritrovamento di un neonato abbandonato per strada a Cinisello Balsamo ha innescato con puntualità chirurgica la consueta reazione pubblica: un coro unanime di indignazione morale, la caccia alle immagini delle telecamere di sorveglianza e la condanna senza appello verso la donna o la coppia autrice del gesto. Nei titoli e nei dibattiti l’etichetta del mostro viene affibbiata all'istante, ignorando la spirale di solitudine, violenza, paura o marginalità in cui un evento del genere si consuma.
Eppure, a restare confinata nell’ombra è la vera questione: perché nel nostro Paese si continua a partorire da sole e a lasciare un neonato su un marciapiede, quando la legge prevede da decenni lo strumento sicuro, tutelato e civile del parto in anonimato?
Ogni volta che si consuma un dramma simile, la risposta mediatica e politica ripiega pigramente sulle cosiddette “culle per la vita”. Presidi nati con l'intento di salvare vite, ma che troppo spesso vengono sbandierati come una soluzione ottimale, nascondendone i gravi limiti sanitari e operativi.
La culla per la vita interviene a valle di un dramma: non garantisce alcuna sicurezza alla donna, che rimane costretta a un parto clandestino, senza assistenza ostetrica né medica, esposta al pericolo concreto di emorragie, setticemia e complicanze fatali. Inoltre, la cronaca recente ha dimostrato come nemmeno per il neonato rappresenti una garanzia assoluta: il caso del bimbo trovato senza vita per ipotermia in una culla parrocchiale ha drammaticamente svelato cosa accade in presenza di allarmi guasti, difetti di manutenzione o collocazioni non idonee.
In Italia, il Dpr 396 del 2000 stabilisce chiaramente che qualunque donna — italiana o straniera, con o senza permesso di soggiorno — ha il diritto di recarsi in qualsiasi ospedale pubblico, partorire in sicurezza, ricevere cure adeguate e scegliere di non riconoscere il figlio, garantendo al neonato l'immediata assistenza sanitaria e l'avvio protetto del percorso di adozione, nel pieno rispetto dell'anonimato.
Questo diritto fondamentale rimane tuttavia un tabù scarsamente comunicato. Mancano campagne informative strutturate nei consultori, nelle scuole, nei quartieri a maggior rischio di marginalità sociale. Le paure infondate (il timore di essere denunciate, espulse o rintracciate) continuano a prevalere sull’informazione corretta.
A rendere tragica questa assenza di informazione concorre la chiusura e il depotenziamento di reti di eccellenza. Il caso più emblematico è quello di Madre Segreta, un servizio pionieristico nato e promosso nell'area milanese nel 1996 dalla Provincia di Milano, rimasto attivo per quasi vent'anni fino alla sua definitiva chiusura nel 2015 (in concomitanza con la riorganizzazione dell'ente in Città Metropolitana e i tagli ai servizi sociali di prossimità).
Per quasi un ventennio, Madre Segreta non è stato un semplice numero verde, ma una cerniera operativa fondamentale tra territorio e presidi ospedalieri: offriva ascolto qualificato h24, consulenza psicologica, mediazione culturale e un accompagnamento protetto e riservato alla nascita.
Senza sportelli specializzati e senza figure capaci di farsi carico della complessità del legame madre-figlio prima, durante e dopo la gravidanza, non si prevengono gli infanticidi e non si accompagnano queste donne a lasciare il proprio bambino in mani sicure, lasciando il campo aperto a tragici esiti e, più tardi, a laceranti derive burocratiche. Limitarsi a condannare chi lascia un bambino per strada, delegando la salvezza a un marchingegno termico o riducendo la genitorialità a una contesa genetica, significa non aiutare nessuno: né chi partorisce, né chi viene al mondo…
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